1 novembre 2009

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Auguri, auguri al simpatico Lello Arena che compie oggi 56 anni!

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Auguri, auguri al simpatico Lello Arena che compie oggi 56 anni!

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Grande compleanno per il grande Bud Spencer che taglia oggi l’invidiabile traguardo degli 80 anni!

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Auguri anche a Kim Rossi Stuart che ha esattamente la metà degli anni di Bud Spencer…

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Rubrica a cura di Nadia Vandelli
Dalla prossima estrazione, per 3/4 colpi:
Ambate semplici su RO 13 31 per recupero spese.
Terzine per ambo su RO
13 31 22
13 31 4
13 31 49
13 31 58
13 31 67
13 31 76
13 31 85
13 31 40
Ad ogni estrazione si ricava una nuova previsione e l’utile ” reale” è
generato dall’uscita dell’ambo. Chi predilige il gioco di ambo secco
può prendere i capigioco 13 31 e abbinarli alla figura 4 ( la figura
quattro è costituita da 4 13 22 31 40 49 58 67 76 85 ). Gli ambi si
verificano una volta su tre/ quattro previsioni. Piuttosto regolare
l’uscita dell’ambata entro nove colpi, e questa ha già sei estrazioni
di anzianità.
ROBA MINIMA
di Grazia Bordoni
Un piasè, ch’el me lasa giò chi
che anca mi, mi go avu il mio grande amore
roba minima, s’intend, s’intend roba da barbon…
(Enzo Jannacci, El portava i scarp del tennis)
A Maurizio e a Gianna, perché i grandi amori non sono soltanto nella letteratura
Così cantava Enzo Jannacci nella sua più celebre canzone, quella che a suo tempo gli diede il successo. Vi si narra di un barbone con le scarpe da tennis, appunto, che si fa dare un passaggio per l’aeroporto Forlanini e nel corso di un dialogo surreale con il cortese automobilista racconta di aver avuto anche lui un grande amore, ma, dice il poveretto, si trattava di cosa da poco, cosa da barboni. Roba minima, dunque.
Spesso noi astrologi ci lasciamo sedurre dall’eccezionalità dei fatti e degli eventi. Ci affanniamo ad andare a cercare nelle posizioni dei pianeti situazioni pressoché uniche e irripetibili, dimenticandoci – io per prima – che il movimento celeste accompagna anche (e forse soprattutto) la banalità del quotidiano e, il più delle volte, descrive esistenze del tutto comuni. Chissà, forse è per questo che non troviamo riscontri astrologici speciali nei cieli di eventi straordinari: dopo tutto, il quadro astrale dello tsunami che ha devastato il sud-est asiatico sul finire del 2004 non ha particolarità tali da renderlo unico come unico è stato l’avvenimento che lo ha accompagnato, o tanto diverso dai quadri astrali di eventi molto meno catastrofici.
E così anche per l’amore. Nel nostro immaginario i grandi amori sono quelli di Paolo e Francesca, di Lancillotto e Ginevra, di Dante e Beatrice e via pescando a man bassa dalla letteratura, dalla poesia, dalla storia. Chissà perché non ci vengono affatto in mente un qualsiasi Mario e una qualsiasi Giovanna che magari si sono amati per cinquant’anni superando insieme traversie, dispiaceri, difficoltà e restando sempre uniti. Eppure ne conosciamo tante di coppie così. Ma nessuno racconta la loro storia e cerca il perché del loro amore.
Qualche anno fa è mancato un mio anziano zio acquisito. Non aveva figli e noi nipoti abbiamo dovuto provvedere a svuotarne la casa. Mentre selezionavo le sue carte mi è capitata tra le mani una lettera scritta da suo cognato alla moglie, sorella di questo mio zio. Una lettera così bella e struggente che, evidentemente, la moglie aveva conservato e che mio zio aveva trovato tra le carte della sorella quando questa era morta, conservandola a sua volta.
Questa è dunque la storia di due persone qualsiasi e del loro amore. Ubaldo e Guglielmina, o meglio Dado e Nuccia, come venivano chiamati in famiglia. Nati all’inizio del secolo scorso (i nomi di battesimo sono già indicatori di un’altra epoca!), hanno vissuto due vite normali, da persone normali quali erano, due vite semplici, da persone semplici quali erano. Ho pochi ricordi di Dado, mancato nel 1972, mentre ricordo molto bene Nuccia che, rimasta vedova, prese a frequentare la mia casa al traino del fratello e della cognata, cioè mia zia. Passò con noi molti Natali, Capodanni, Pasque e feste comandate che avevamo l’abitudine di festeggiare tutti insieme in famiglia. Ci portava un croccante buonissimo che faceva lei e di cui ricordo ancora il profumo di limone. Era diventata una persona di famiglia, tanto che io e mia sorella la chiamavamo zia Nuccia per una sorta di parentela virtuale. Quando morì volle lasciarci un gioiello in ricordo perché, aveva detto al fratello, l’avevamo sempre trattata come una “vera zia”. Ripensandoci, aveva ragione, in effetti: la zia Nuccia mi era molto più simpatica della mia vera zia.
In gioventù la zia Nuccia era una gran bella donna, sentivo raccontare. Si era sposata giovanissima, appena diciottenne, se non proprio per volere dei genitori, molto incoraggiata da essi. Ma il matrimonio non aveva funzionato affatto e molto presto si era separata dal marito.

Tema di Nuccia
Urano e Marte nel settimo campo opposti a Giove, governatore del medesimo settimo campo, non lasciano spazio a molti dubbi circa la possibilità di frantumi coniugali. Tutto ciò doveva accadere agli inizi degli anni ’30. Essere una donna separata, a quell’epoca, non doveva essere per niente facile. Non lo è oggi, tutto sommato, figuriamoci allora. E non doveva essere facile soprattutto per una donna Toro con una Luna in Scorpione e un Plutone all’ascendente che certamente reclamavano attenzioni e smuovevano desideri carnali non facili da tacitare per una persona che vive in un normalissimo ambiente medio-borghese. Fosse stata un’intellettuale alla Sibilla Aleramo o un’attrice alla Alida Valli, tutto sarebbe stato più semplice: nella mentalità comune di allora in certi ambienti le “trasgressioni” erano meno riprovevoli che altrove. Comunque, forte della sua Venere arietina, e dunque abbastanza coraggiosa e avventurosa, la zia Nuccia, dopo la separazione dal marito, ebbe altre storie d’amore effimere finché non incontrò Ubaldo. Non so quando esattamente avvenne il loro incontro, se prima o dopo la guerra. Da bambina, nel dopoguerra, li ricordo già insieme.
Nuccia e Dado convivevano. La legge sul divorzio era di là da venire, sicché costituivano una coppia cosiddetta irregolare. Non mi sembra però che se ne facessero un gran problema, tutto sommato. In famiglia la cosa era accettata, anche se nei discorsi che intercettavo da ragazza percepivo sempre le virgolette quando ci riferiva a Dado come “marito” di Nuccia. Il loro era innegabilmente un rapporto molto solido. La sinastria è promettente: i due Soli e le due Veneri sono in opposizione creando una grande complementarietà, i due Marti sono congiunti, la Luna di Nuccia è in Scorpione, dove Dado ha Sole, Luna e Mercurio. Insomma, tutti pianeti personali si intrecciano in reciproci aspetti.

Tema di Dado
Anche il tema integrato è discreto, con le case della comunicazione ben sollecitate, a testimonianza di un dialogo di coppia certo non banale. L’unico elemento che può dar da pensare è Mercurio che si oppone al Sole, per altro governatore del quinto campo. Probabilmente si riferisce alla mancanza di figli: una scelta pressoché necessaria nella situazione contingente. So che Nuccia, negli anni della sua giovinezza, abortì (Mercurio quadrato a Urano/Marte e a Nettuno) – non saprei dire se una o più volte – ma forse, tutto sommato, avere dei figli non era per lei così importante, al di là della situazione familiare irregolare. A Dado magari non sarebbe spiaciuto averne, considerato il suo bel quinto campo, e la dissonanza nell’integrato tra Mercurio e Sole può indicare proprio che all’interno della coppia è stato lui a sentire maggiormente la mancanza di figli. Sì, perché il Sole nel quarto campo, nell’integrato, dice che, nella coppia, lui aveva realizzato il sogno di una famiglia.

Integrato Nuccia-Dado
La convivenza di Nuccia e Dado proseguì comunque salda e serena per decenni. Nel 1965 Dado fu colpito da un infarto (il Sole nell’ottavo campo è Punto di Talete che scarica l’opposizione tra Urano e Nettuno nel quinto campo). Probabilmente si spaventò molto e pensò di essere arrivato al capolinea. Fu allora che scrisse la famosa lettera a Nuccia:
Milano, 4 febbraio 1965
Nuccia mia tanto cara! Sei stata la compagna fedele della mia vita e devo purtroppo lasciarti in tanto dolore. Sappi trovare nel ricordo e nella rassegnazione la tranquilla e serena continuazione di questa tua esistenza terrena. A te devo molto per tutti gli anni felici che insieme abbiamo trascorso, e molto ancora per quelli un po’ travagliati dalle traversie di lavoro e d’interessi per i quali abbiamo insieme tanto sofferto.
Proprio in quel periodo, con la tua comprensione, col tuo conforto, con la tua forza d’animo con la quale nascondevi la tua sofferenza, mi hai dimostrato quanto grande era il bene, l’affetto e l’amore che ci legava, con quel vincolo indissolubile che è l’intento di ideali che ci resero tanto felici.
Una lunga vita serena ti accompagni nel ricordo dei nostri giorni più belli.
Addio cara, addio
Tuo Ubaldo

Lettera di dado
Bella, no? Confesso di essermi commossa, quando l’ho letta e di essere anche stata un po’ invidiosa. E di aver pensato come i grandi amori possono nascondersi dietro le apparenze di una completa normalità.
Dado comunque sopravvisse all’infarto e si rimise in salute.
La legge che introduceva il divorzio in Italia fu approvata nel dicembre del 1970. Come divenne operativa, Nuccia chiese il divorzio da quello che per legge era sempre suo marito, sebbene ne fosse separata quasi da mezzo secolo. Credo che sia stata una delle prime persone, a Milano, a ottenere il divorzio anche in virtù di una causa in cui tutti erano consenzienti (e impazienti) e non c’era nulla da rivendicare.
Non appena la sentenza divenne esecutiva, nel maggio del 1972, Dado e Nuccia si sposarono, dopo un “fidanzamento durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento” come canta Fabrizio De André in Marcia Nuziale.
Ma Marte e Urano nel settimo campo nel tema di Nuccia, implacabili sentinelle, novelli bravi di manzoniana memoria, ammonivano che “questo matrimonio non s’ha da fare”. Nuccia non poteva restare sposata se non per un tempo sempre troppo breve. E così, pochi mesi dopo il sospirato matrimonio, ai primi di ottobre del 1972, Dado se ne andò per davvero, portato via da un altro infarto.
Ricordi sbocciavan le viole
con le nostre parole
“Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”,
vorrei dirti ora le stesse cose
ma come fan presto, amore, ad appassire le rose
così per noi
l’amore che strappa i capelli è perduto ormai…
(Fabrizio De André, La canzone dell’amore perduto)