LA “PROFEZIONE” – Prima Parte COME SI CALCOLA, COME SI INTERPRETA Forse non tutti coloro che conoscono il termine profezione o che ne hanno un’idea certa o vaga sanno da dove trae la sua origine. È un vocabolo che non figura nella lingua italiana e neppure possiamo dire che è un neologismo: lo usano solo pochi astrologi, i quali fanno opinione nel mondo letterario meno di quanto una rondine faccia primavera. Chiediamoci allora da dove proviene. Apparentemente dal latino profectio, nome verbale di proficiscor, che ha il senso proprio di “partenza” e quello metaforico di “origine”. Chiediamoci qualcosa di più: da chi è stato usato e a partire da quale periodo e per quanto tempo. Troviamo questo termine nella letteratura astrologica dalla fine del XV secolo alla metà del XVII secolo. Un periodo assai breve. Ma ciò che è più interessante è che questo termine appare solo dopo la nascita della stampa e più precisamente in un’epoca in cui l’elegante scrittura gotica libraria cede il passo a caratteri tipografici più vicini ai nostri. Conseguenza di questo passaggio è lo scioglimento di numerose abbreviazioni tipiche dei manoscritti medioevali. Fra queste abbreviazioni, ve ne erano alcune che si prestavano a qualche ambiguità, ad esempio la p con un breve trattino sottoscritto che ne attraversava ortogonalmente la gamba e che poteva valere sia “per”, sia “pro”. Ora, la forma corretta del nostro termine è perfectio, “compimento”, da perficere, “condurre a termine”, “terminare” e profectio ne costituisce una corruzione. Ne abbiamo una chiara testimonianza in un passo di Eleuterio Eleo Zebeleno: “Gli indizi generali del compimento sono i fondamenti che procedono, anno dopo anno, di segno in segno: a partire dall’oroscopo o dal culmine o da un qualunque astro. Ed il signore di quel segno in cui giunge il compimento a partire dal segno dell’oroscopo di natività, anno dopo anno, quell’astro è il cronocratore ovvero signore dell’anno.” Eleuterio scrive nella seconda metà del XIV secolo in Mitilene, città nell’isola di Lesbo. Il suo sapere astronomico-astrologico è profondamente contaminato dalla letteratura araba. Ce lo dimostra l’uso di termini tecnici traslitterati dall’arabo e quindi tradotti in greco: talél = daril = significatore, chasám = qásim = divisore, etc. Del termine “perfectio” Eleuterio non ci dà la traslitterazione del vocabolo arabo da cui proviene, ma solo il suo corrispondente greco: teléiósis, che significa appunto “compimento”, “realizzazione”. Possiamo quindi concludere che la voce “profezione” nasce per corruzione da un termine arabo che viene tradotto in modo appropriato sia nel mondo bizantino, sia nell’occidente latino con vocaboli tra loro corrispondenti: teléiósis, perfectio. Si deve tuttavia osservare che entrambe le traduzioni non rendono appieno l’accezione della voce araba originaria, intihá’, che significa “termine”, “punto di arrivo”. La trasmissione di termini tecnici del lessico astrologico dall’arabo in greco e in latino non significa che le tecniche rispondenti a quei termini siano originarie dell’astrologia araba. La tecnica della “perfectio” è presente in tutti i grandi astrologi di lingua greca, in assenza tuttavia di un termine tecnico specifico che la definisca. Con la sola eccezione di Vettio Valente, che dedica la quasi totalità del IV libro delle sue Antologie a questa tecnica. Vediamone in breve i fondamenti. La figura della natività, che non potrebbe essere concepita in quanto immobile, soggiace ad un moto regolare ed uniforme, anno dopo anno, secondo un ciclo duodecennale. Se ad esempio un tale nasce al sorgere della Vergine, l’anno seguente il segno della Bilancia sarà giunto al sorgere e quello della Vergine, procedendo verso il culmine, sarà nel XII luogo. Il terzo anno presso il sorgere sarà giunto il segno dello Scorpione e così di seguito. Secondo questo moto regolare, terminato il ciclo dei 12 anni, questo nostro essere umano nato al sorgere della Vergine, compiuti 12 anni, sarà entrato nel tredicesimo anno e di nuovo il segno della Vergine sarà presso il sorgere. Abbiamo visto che gli Arabi chiamano questo segno intihá’, punto di arrivo, i latini “perfectio” ovvero compimento, mentre gli astrologi di lingua greca lo denominano comunemente “segno dell’anno”. Conseguentemente il signore di questo segno è detto cronocratore ovvero “signore dell’anno”. Nel capitolo 11 del quarto libro Valente pone un esempio di questa tecnica e la definisce in un modo articolato. Sia, egli dice, la seguente genitura (corrispondente all’8 febbraio del 120) e vogliamo dare un giudizio sul trentacinquesimo anno. Valente divide 35 per 12, considera il resto, 11 e lo distribuisce a partire dal segno che sorge: l’undicesimo segno dalla Vergine è il Cancro, che diviene pertanto segno dell’anno. Avviene come se la disposizione generale del cielo si muovesse rispetto alla terra immobile: non vengono infatti alterati i 12 luoghi o case, sono i segni e gli astri in essi presenti, quasi infissi, a transitare di casa in casa per transito regolare ed uniforme. Valente distingue fra chi “transita” e chi “accoglie”, usando di tempo in tempo due espressioni, una concisa e un’altra che ha il valore di una definizione tecnica. Il segno di “perfezione” dell’oroscopo o segno dell’anno è il Cancro ove in natività è Saturno. Egli allora dice: l’oroscopo transita su Saturno e Saturno l’accoglie o più precisamente: l’oroscopo trasmette la propria natura al Cancro e Saturno che è in Cancro l’accoglie e dispone nell’anno questa natura: la parádosis è il trasmettere la natura, la paràlèpsis l’accogliere quella natura. Dichiara in seguito che le “perfezioni” dell’oroscopo, della Luna, di Marte e di Venere sono le più efficaci in questo XXXV anno, senz’altro perché giungono in luoghi cosidetti pieni, ove vi è presenza di astri nella natività. Abbiamo pertanto lo schema seguente: | transiti (paradòseis) | accoglimenti (paralépseis) | | Oroscopo | Cancro | Saturno | | Luna | Vergine | Marte | | Marte | Cancro | Saturno | | Venere | Scorpione | Luna | |
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